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Come scrivere e leggere il dialetto ferrarese


Pilul gramaticaScrìvar e lèźar al fraréś Dó o tré pìlul ad gramatica (2006)
A cura de "Al Tréb dal Tridèl" Cenacolo Dialettale Ferrarese
Ideazione e progetto grafico di Alberto Ridolfi

Introduzione
Questo note sono dedicate a tutti coloro che desiderano scrivere il dialetto ferrarese con una grafia semplice, senza ambiguità e soprattutto nel rispetto delle caratteristiche grammaticali proprie della nostra parlata.
Tutto quanto viene riportato è trattato in modo più completo ed approfondito nel “Vocabolario del dialetto ferrarese” Ed. Cartografica 2004 e nel “Saggio di grammatica comparata del dialetto ferrarese” Ed. Cartografica 2005. Si rimanda a queste opere per consultazioni più esaurienti e dettagliate.
L’intento di chi ha predisposto questo breve sunto, dopo aver partecipato alla compilazione delle opere sopra citate, è quello di invitare gli autori ferraresi all’uso di una forma di scrittura del dialetto che consenta a chiunque, anche non dialettofono, di poter leggere agevolmente e pronunciare correttamente le espressioni, a volte dure e difficili, di questo linguaggio.

Per il “Tréb dal Tridèl” Floriana Guidetti Bacilieri

1) Premessa alla lettura
Scrivere e leggere il dialetto non è molto facile, soprattutto se si utilizzano solo i simboli grafici dell’alfabeto della lingua. Ci sono infatti suoni particolari che, se riprodotti in modo tradizionale, non risultano di immediata comprensione, inoltre, ad esempio, può rivelarsi disorientante per il comune lettore l’uso della doppia s e della doppia z per rendere i suoni sordi di tali lettere, in una parlata che non ha effettivamente le doppie (se non per accostamenti consonantici casuali dovuti a caduta di vocale intermedia, ad es. curì correte, currì correrete).
Per questo motivo ci siamo proposti di “modernizzare” la grafia per togliere ogni ambiguità, seguendo le indicazioni degli studi dialettologici e approfittando anche dei caratteri o simboli particolari che i moderni programmi di scrittura informatici ci mettono a disposizione.

Come proposto (e riportato qui nella seconda e terza parte) dai curatori del recente “Vocabolario del Dialetto Ferrarese” (Ed. Cartografica FE 2004), sponsorizzato da Regione E.R., Provincia di Ferrara e diversi Comuni, sono sufficienti cinque simboli fonetici (ć, ģ, η, ś, ź) per rendere più agevole e senza equivoci la trascrizione della parlata ferrarese. Ci siamo quindi attenuti a queste indicazioni, oltre a poche altre convenzioni già usualmente accolte, che riportiamo in breve:
Le vocali E ed O possono avere suono aperto o chiuso e vengono scritte rispettivamente con l’accento fonico grave o acuto: suono aperto bèl bello, pèl pelle, vèrgna confusione, fiòl figlio, còmad comodo; suono chiuso stéla stella, pél pelo, fradié fratelli, fóra fuori, nóm nome, fió figli.

La consonante S sorda (serpe, borsa), che i ferraresi pronun-ciano tipicamente con la punta della lingua un po’ arretrata rispetto alla posizione alveolare, viene indicata con la s semplice (os osso, sal sale, pasàr passare, rósa rossa; da notare anche siàr sciare, sém scemo, in quanto nel dialetto ferrarese non è presente il suono della s prepalatale sorda di pesce, scimmia ecc.); la S sonora (asino, misura) viene resa col simbolo fonetico ś (àśan asino, śèrb acerbo, fuś fuso, da scuś di nascosto).

La consonante Z sorda (pinza, forza) viene data con la z semplice (zùcar zucchero, zucàr campo di zucche, zént cento, piz pizzo, mazàr ammazzare); la Z sonora (zaino, zanzara) viene indicata col simbolo fonetico ź (źént gente, rùźan sporco, mèź mezzo).

Per le consonanti C e G si ha l’uso consueto di c e g, ma per i suoni palatali (cena, cibo, pagella) in fine di parola si usano i simboli fonetici ć e ģ (patéć ciabatte, cuć urto, maģ maggio, curàģ coraggio), mentre per i suoni gutturali (cane, poco, gusto, mago) in fine di parola si usa c o, meglio, ch (póc o póch poco, mag o magh mago, fóg o fógh fuoco . Il simbolo ć si usa anche nei nessi sć dove le due consonanti conservano suoni indipendenti (sćet schietto, sćirlàr cigolare, misćiàr mescolare, masć maschio).

La consonante nasale N può avere suono dentale (luna, naso) e per questo si usa la semplice n (cuna culla, nav nave, nona nonna, pan panno); per il suono velare (angolo, panca) si usa il simbolo fonetico η (paη pane, putìη bambino, béη bene, maη mano, savóη sapone). Si osservi la parola iηnamurà, dove coesistono i due suoni velare e dentale. Si deve poi notare che possono esserci suoni intensi per N (dentale), o per L, nelle desinenze dei plurali femminili di parole ossitone (accento sull’ultima sillaba) nelle quali conviene, come casi particolari, usare la doppia nn o la doppia ll, anche per opportune distinzioni: paη pane, pan panno, pann lentiggini; putìη bambini, putìnn bambine; paròl paiolo, paròll parole ecc.

2) Trascrizione dei vocaboli
Delle voci ed espressioni dialettali che entrano nel contesto grammaticale si dà la trascrizione che meglio si avvicina alla pronuncia corrente cercando, possibilmente, di non entrare in contraddizione con gli usi grafici dell’italiano, marcando i fonemi con l’accento e con i segni distintivi scelti fra quelli consentiti dalle comuni trascriventi e dai PC, segni che comunque ben poco differiscono da quelli specialistici ai quali di solito si uniformano i testi di dialettologia.

Gli scritti in vernacolo, sia di prosa, sia di poesia, non possono venire intesi correttamente senza l’uso dell’accento. Perciò, a parte le posizioni che impongono il ricorso all’accento fonico grave (stèla listella, fòs fosso, mètar metro, tòr toro) o acuto (stéla stélla, fóś foce, métar mettere, tór torre) ed a quello tonico delle tronche o delle apocopate (cafè, purtà, santì, vulatié, snà, purtàr, santìr, fradlégn, unór), è opportuno adottare anzitutto il criterio di accentare sempre le voci verbali (purtàr, santìr, cójar, dàrghin, éva, fùs, fés, tàial).
Qualora non provochi incertezza, si marcano poi con cadenza decrescente i sostantivi, gli aggettivi, i pronomi. Su avverbi, articoli, particelle, non si porrà l’accento tonico se non in casi particolari.

L’apostrofo viene contenuto a segnare le posizioni proclitiche, talvolta le enclitiche e solo certe elisioni, comprese quelle date dagli articoli. Per tale motivo non è inserito nei numerosi casi di sincope e di aferesi, come taluno intende riferendosi alle regole proprie dell’italiano.

Osserviamo ancora che, nonostante quanto si può osser-vare negli scritti correnti, il ferrarese non ha consonanti doppie e l’esatta trascrizione fonetica non può accogliere il ricorso a ss, zz per riconoscere questi suoni sordi, quando la dialettologia ha da tempo risolto la questione (apparente) adottando, come visto in precedenza, s e z con accento o altro segno simile (qui ś e ź) per i suoni sonori (o dolci), s e z senza segno per quelli sordi (o aspri).

A questo proposito si ricorda che, già nel 1980, Beniamino Biolcati (V. Lèzar e scrìvar – Grammatica del dialetto ferrarese Nota a pag.41) rilevava l’opportunità di adottare tali simboli.

Si ricorre invece alle doppie solo quando si incontrano suoni chiaramente intensi, come in certi etimi già visti e nell’incontro fra nessi e morfemi, cioè:
- nelle forme sincopate del tipo: mi a currò io correrò, lu l’currà lui correrà, lié la zcurrà discorrerà, ssanta sessanta, ecc.
- nelle forme proclitico-sincopate del tipo: ssacà o s’sacà (dis-saccata, colpo dato con un sacco: sacà è, invece, quanto ne sta in un sacco pieno); ssasà o s’sasà (dis-sassata), ssalamà o s’salamà (dis-salamata, colpo di salame o caduta rovinosa); in parole disgiunte, solo la pronuncia porta allo stesso esito: fàl lauràr fallo lavorare, mar rabióś amaro rabbioso, in n’Ariàη ad (in) Ariano, ìv vandù? avete venduto?, àt tòlt? hai preso?
- nel plurale femminile delle voci ossitone (accento sull’ultima sillaba), uscenti con -n o -l, ove la sillaba finale espone un suono consonantico molto intenso (balìnn, madònn, dill dònn, all ròd, pr’ill śbar, colònn, galànn, ziηch pill, sié mòll, spinn, a fronte dei maschili come putìη, spiη, umùη, anch’essi plurali), rispetto al plurale femminile dei parossitoni (aventi accento sulla penultima sillaba, es. biétul, canàgul, fràgul).

Gli ossitoni femm. in -óη, restano immutati al plurale (ill caηzóη) e così le forme che escono con nessi consonantici (ill form, ill brógn, all cunférm, ill maràsch, cóll castàgn).

Per quanto sia la pratica del discorso ad inquadrare e risolvere posizioni ed incertezze, nello scritto si può così evitare di interpretare ad es. paròl paiuolo, càval tu cavalo, per paròll parole, cavàl cavallo; in alcuni altri casi torna utile differenziare comunque la grafia per evitare ambiguità: mod modo, ròd arroto, quèl ‘covello’cioè cosa, modd mode, rodd ruote, quél quello. La dizione corrente è poi l’unico mezzo per cogliere l’identità formale fra védar vetro e védar vedere, fra fiη fino e fiη fine, fra péna pena e péna penna.

Osservazioni
Come sarà riportato nella tabella dei vari simboli, a proposito della vocale i, si può osservare che -i delle uscite latine -ium, -eum, viene dato come -î nei casi come cilium›zìlî, consortium›cuηsòrzî, principium› priηzìpî, ebreum ›ebrèî, e come -j nelle uscite che corrispondono a -llium, lleum, -lium, -leum, (ital. -glio o -ggio, -lio, -leo): aj aglio, furmàj formaglio o formaggio, taj taglio, ecc.

La prima soluzione vale ovviamente anche per: Biaśî Biagio, laśî l-agio, raguśèî raguseo, bafî baff(i)o, birî bir(i)o, ecc. Dette uscite in -î e in -j si ripetono nel plurale e si chiarisce inoltre che le desinenze -î e -j consentono altresì la distinzione rispetto al plurale femminile in -i (beli, surèli, magri, gemèli, ecc.). Infine, il plurale femminile in iato -ìa, ha esito in -ìi (maliηcunìa ›maliηcunìi, farmacìa ›farmacìi).

L’uso della j (i lunga) davanti o fra vocali, è piuttosto contenuto. Con ciò si valuta che vi sono in effetti situazioni che ne richiamano la presenza per riprodurre suoni decisamente intensi e che come tali sono documentati in varie sedi e presenti nelle flessioni e nella formazione del plurale:
- j pronome plurale, maschile e femminile, nelle interrogative, davanti a vocale iniziale: j’àt fat? li hai fatti?, j’éril dó? erano due? (f.), j’éri du? erano due? (m.), j’ài dit? li hanno detti?, a j’ò vist bèî li ho visti belli, j’àt tòlt? li hai presi?, t’j’òja da fàr? te li devo fare?, ecc. Vale la pena richiamare l’attenzione sulle due forme grafiche mi a j’ò vist io li ho visti, mi a jò vist io ho visto, dove nel primo caso j ha valore di pronome, nel secondo ha solo valore eufonico.
- entro parola, j può stare anche nel suono dei nessi del tipo -glia, es.: paja paglia, braja braglia, ma è particolarmente sentito, e quindi richiesto, soprattutto per i che si trova fra vocali diverse, come in majéra, cójar, bùjar, majóna, mujér, ecc.

I dialettologi d’oggi sono restii ad avvertire il suono di j, ma basta porre orecchio alle articolazioni correnti o ascoltare i dialettofoni di buona tradizione, per sentire che j può essere tralasciato solo nei nessi con aia, come quelli degli esempi visti.

Un ultimo chiarimento va posto per i casi come barbiér e cuóśar. Gli alterati del primo e molte voci del secondo (barbierino, cuoceva), darebbero ad es. barbiérìη e cuóśéva, però le vocali che perdono l’accento tonico in dialetto ferrarese scendono di tono, per cui é diventa i (céśa >ciśìna), ó diventa u (córar>curéva). Nelle parole date, mentre la prima delle due vocali del dittongo assume ruolo di semiconsonante, l’altra resta vocale e si giunge alla lettura (pronuncia) barbjirìη e cuuśéva, ove in realtà il secondo termine suona cwuśéva, perciò diverso rispetto a cuśéva (cioè: cucivo, cuciva, cucivano).

Trascrizione fonetica
Solitamente si usa il modo di scrivere dell’italiano anche per le forme dialettali, ma è opportuno cercare di non adottare grafie disorientanti rispetto alle abitudini di lettura (ad es. parole spezzate da un apostrofo o da un trattino ecc.). Si ricorre quindi ai segni e ai simboli convenzionali che seguono, quando è necessario dare specifica trascrizione fonetica e proprio per non incorrere nell’uso di elementi grafici di difficile interpretazione.
Riepiloghiamo di seguito i simboli utilizzati:

segni
- accento: grave per suono aperto (dov’è, comò, còlta; vèrta, pòrta, tòla, bèla)
-     “        acuto per suono chiuso (élice, perché, cólta; préda, séd, tónd, cójar)
-     “        circonflesso ^ su vocale atona conservativa di suono prolungato (ciglio zilî, proprio pròpî, muovili móvî, appiglio apìlî)
- apostrofo: in alcuni autori segna l’aferesi o caduta di vocali iniziali, ma è da ritenersi superfluo in questi casi, perché indica soltanto una variazione rispetto all’italiano (‘ndà andato, ‘st’òm quest’uomo, ‘śèrb acerbo, ‘śé aceto) e porta ad ignorare che le voci dialettali sono assurte del tutto spoglie sulle analoghe forme del latino parlato.
Grande importanza ha invece l’apostrofo come segno grafico per collegare voci e monosillabi proclitici (cl’òm, quatr’a jò dit, métr’iη testa al capèl, córr’a cà, pr’avér, lèźr’iη présia!, st’an, ch’l’éva) o enclitici (scrìval, per certi autori scrìv’al, pòrtagh ovvero porta’gh).
- accento o virgola sopra c, g, s, z ad indicare suono alveopalatale (ć, ģ), o sonoro o dolce (ś, ź) (es. cuèrć, curàģ, ròśa, zréźa).

› diventa, produce, giunge a (narang›naràηz, sinum-seno›snà, octo› òt)
‹ proviene, prodotto da (saéta‹sagitta, intivàr‹intueri, nuśa‹nucem)

simboli correnti
c suono come l’it. C palatale davanti e, i, velare davanti a, o, u
g   “         “      “  G      “            “     e, i,     “         “     a, o, u
ch  “         “      “ C velare (ch, k) davanti e, i (che, fichi)
gh  “         “      “ G     “    (gh, γ )     “     e, i (paghe, aghi)
gn  “         “      “ GN o N palatale (pegno, ragno, gnorri, sogno)

simboli convenzionali o della dialettologia
- b suono B di bilabiale sonora (babèo) avente in p il suono di bilabiale sorda corrispondente
- ć     “     C dolce o affricata palatale sorda (come nell’it. cenare, pulci) in fine di parola (oć, Cmać) e pure nei nessi sći, sće (sćich, sćìna, sćiava, sćévad, sćéηźa) dove s e ć conservano suoni indipendenti
- c     “    C dolce davanti e, i (cépa, macìna); C velare sorda (k), davanti a, o, u (casa, parco, cuneo; macàr, cóa, cuna)
- k, ch “   C velare sorda, davanti e, i ed in fine di parola (kentum cento, kiwi, chèrla, chinà, póch)
- d    “     D occlusiva dentale sonora (divano, mondo; did, péndar)
- f     “     F consonante labiodentale fricativa sorda (afàrî, stuf, fàr)
- ģ    “     G dolce o affricata palatale sonora (come nell’it. gente, sigillo) in fine di parola (moģ, maģ, curàģ)
- g    “     G dolce davanti e, i (gémb, bagìgia), velare sonora (γ), davanti a, o, u (gatto, ago, gusto; màga, gómbi, gùcia )
- γ, gh “  G velare sonora, davanti e, i ed in fine di parola (ghepardo, aghi; ghir, arghèt, fógh, agh vàgh)
- î        “  I di vocale atona conservativa di suono prolungato (zilî ciglio, apìlî appiglio)
- j    “     J lunga (cójar, mujér) o I semiconsonante (t’jé, j’è ndà, barbjirìη)
- l    “     L alveolare laterale sonora, consonante liquida (ala, colpo; plàr, bèla)
- l o gl’ “ L laterale mediopalatale liquida, davanti a, e, i, o, u (come gl di figlio) (l’amìghi, l’alivròt, l’unģ le unghie, oppure gl’idèi, gl’ànar, gl’ómbar). Per il nesso gl con g velare come in ‘sigla’ si può usare g in grassetto: dàgla dagliela
- m  “     M nasale bilabiale sonora (métar, caminàr)
- n   “     N dentale (nano, ponte: cana, nvàra, ninàr)
- η   “     N velare (manca, lungo, anche: maηca, luηgh, aηch, putìη)
- gn, ñ “ N palatale (vigna, bagno: sp. mañana domani; bagnàr bagnare, magnàr mangiare)
- p   “     P bilabiale sorda (popà), avente in b la corrispondente. sonora
- q   “    Q esplosiva velare sorda seguita da u semiconsonante (quèl, quìndaś)
- r    “    R alveolare vibrante sonora, consonante liquida (raro, barca, rana, crud, mur)
- ś    “    S sonora o sibilante fricativa alveolare sonora (o dolce) (osa, usi; rośa, śèrb)
- s    “    S sorda o sibilante “ “ sorda (o aspra) (sa-le, asso; sas, sunàr)
- š    “    S fricativa prepalatale sorda (pesce, sciare): in DF non c’è questo suono, si pronuncia come s (pés, siàr)
- t    “    T occlusiva dentale sorda (tanto, trionfo; tenór, spuntàr)
- v   “    V Consonante labiodentale fricativa sonora (védar, vàηvara, indvanàr)
- ź   “    Z sonora (/dz/) o affricata sonora (o dolce) (zero, mezzo; mèź, źdóra)
- z   “    Z sorda (/ts/) o “ sorda (o aspra) (Lazio, pezzo; caηzié, mazàr).

Si ricorda che il simbolo è indica la e aperta come in ‘erba’, é la e chiusa come in ‘pera’, ò indica la o aperta come in ‘opera’ mentre ó la o chiusa come in ‘ombra’)

3) Le sillabe
Identità sillabica
La grammatica italiana è chiara: una parola ha tante sillabe quante sono le vocali o i dittonghi che la compongono, in quanto una vocale o un dittongo può fare sillaba a sé, ma non una consonante sola. Questo principio come i casi che ne conseguono si possono accettare e verificare anche per il dialetto, avuto riguardo dei seguenti chiarimenti:
a) il ferrarese ha prodotto in diverse fasi e seguendo, sia le proprie tendenze, che lo sviluppo neolatino, vocaboli di forma quanto mai varia ma da prendersi così come sono e cioè da analizzare nella forma attuale, valutando, se è possibile, pure quella di partenza soltanto per avere utili chiarimenti sui passaggi;
b) il conteggio delle sillabe non tiene conto delle forme di partenza (modificatesi per: aferesi, sincope, apocope, metafonia, metatesi, discrezione, concrezione, ecc.) ma dell’assetto morfologico assunto dal vocabolo derivato o finale.
    Così, fundàr lat. adfundare affondare, ròśla lat. rosula rosola, mźéta lat. megetta mezzetta, mrénda lat. merenda merenda, canzóη lat. cantione canzone, puśizióη lat. positione posizione, ecc., andranno sillabati fun-dàr, rò-śla, mźé-ta, mrén-da, caη-zóη, pu-śi-zióη, li-bar, cà-vra pl. cà-var, diéś, zént, ziηch. Quindi ad es. in ztèndar, śgnóś sdegnoso e cl’òm, si possono suddividere e contare le sillabe individuando le vocali.

Osservazione
    Dubbio è il caso di cuósa coscia: in Coco par. 33 il bol. cósa è visto dal lat. cŏ-xa, ove cŏ- è definita ‘sillaba chiusa’ al pari di tŏ- del lat. tŏ-xĭcu bol. tóśgh, df tósagh, evidentemente per la presenza della x seguente, consonante doppia particolare, mentre usualmente una sillaba chiusa termina per consonante e una sillaba libera o aperta termina in vocale. Vi è da chiedersi perché ŏ di cŏ-xa abbia dittongato nel df cuósa e non in tŏ-xicu.
    Ciò significa che se cŏ-xa e tŏ-xicu sono da leggere come coc-sa e toc-sicu per vedervi la sillaba chiusa, il dittongo in cŏxa deve avere un motivo: Rohlfs a par. 225 ricorda che in REW cŏxa è inteso come un volgare *cŏxea, e avvalora la tesi che si tratti invece dell’evoluzione x=cs›ss›s.
    Questo spiega il dittongo nella sillaba libera di co-sa ma non il mancato dittongo in tŏ-xicu, df tósagh e la tesi del REW resta al pari di quella di Rohlfs, che però giustifica texere›tiésar.
    Nelle parole composte con i prefissi del tipo: di-, dis-, coη- iη-, re-, ri-, scar-, stra-, tra-, tra(η)s, ecc., detti prefissi dovrebbero essere considerati sillabe a sé. La scomposizione può tuttavia preferibilmente attuarsi con le regole fonetiche dell’italiano.
    Tutto quanto riportato avvalora il motivo per segnare s e z sonore o c e g alveopalatali come indicato precedentemente, risultando chiaro che non possono accettarsi le consonanti doppie, che varrebbero sillaba chiusa, entro cui, per il dialetto ferrarese, non si ha il dittongo: fae-cea feccia dà fiéza perché fae-›fié- è sillaba aperta, ma fiézza, così come molti scrivono, non può esistere dato che fiéz- è sillaba chiusa. Così è per spe-ra›spié-ra, pe-cora›pié-gura, le-pore›lié-var, *co-xia›cuó-sa, co-quere›cuó-śar, ecc.
    E’ anche vero che, sempre Beniamino Biolcati, nella già citata grammatica del 1980, suggeriva di considerare ad es. lezzión sillabata le-zzión ecc. però tale pratica risulta certamente di poco immediata ricezione perché in contraddizione con la sillabazione usuale.
    Invece in fiévra il dittongo ié è possibile perché la v è seguita dalla liquida r e quindi la sillabazione è così: fié-vra. Ne discende che neppure la metrica dialettale ferrarese viene rispettata nei canoni correnti perché è ovvio che le doppie, praticamente non esistenti in ferrarese a livello fonetico, falsificano i reali suoni sillabici e la successione estetica e comprensibile delle parole, pur riconoscendo che il nostro dialetto non ha le armonie che in altri sono evidenti.
    Nello stesso tempo, è inopportuno e ingiustificato il modo di scrivere di diversi ferraresi quando inseriscono l’apostrofo al posto della vocale caduta (aferesi o sincope). Negli esempi: e mi ‘n putrò, ‘ndàda, ‘na, mié pad’r al dis, mi a són un ‘d quéi, coi fatt e ‘l paròl, ‘n ucià, ‘na parulìna, la ‘gh da mil franc, Frara la ‘v scólta, sposa a ‘n zóvan sgnor, dvantà ‘l prim Sgnór, prima ‘ch rivass amór, st’al brut ris’c, co’ ‘l donn ad cort, la ‘s inzzìpria, p’r al murbìll, i ‘t tién ardut, so’nca mi, al ‘ss voia dar tant ann, i ‘m fa da paravént, ecc., non si ha modo di comprendere come gli autori intendessero sillabare le espressioni che più si impongono, ad esempio con ‘d, ‘l, ‘m, ris’c, p’r, pad’r, dato che una consonante sola non può fare sillaba e lo stesso dicasi per p’r. In ‘na e pad’r si contano due sillabe come fossero (u)-na e pa-d(a)r oppure una sola come fossero na e padr?
    Per questo argomento si è espresso più sopra il parere che le parole del ferrarese vadano viste nelle forme in cui si trovano e non a confronto colle forme della lingua: ‘n e p’r saranno le proclitiche n’ e pr’ da unirsi alla sillaba che segue (n’an-tar, pr’an-dàr), ‘na e p(a)r saranno le indipendenti na e par che fanno sillaba a sé (na car-ti-na, par rì-dar).
    Infine, è chiaro che simili imprecisioni hanno sempre reso difficile la lettura, lo studio e la rappresentazione dei vocaboli e addirittura impossibile l’accesso al contesto grammaticale, le cui forme, segmenti e nessi, esigono che la trascrizione delle lettere e delle sillabe sia in stretta aderenza con i suoni propri e tipici del Dialetto Ferrarese.

Si ritiene utile, per concludere, riportare alcuni esempi di composizioni di autori del Tréb dal tridèl:

Setémbar fraréś di Gigi Vincenzi

Al vérd dal bosch al sa śmalvìs
e al sfùma in tant culór bruśà;
végar e siév j’è tut na graη fiamàda
ad źai topinambur;
in ziél as vèrź ill strad dla migrazióη;
al prà l’è tut crivlà dai michilìη;
i ram di frut j’è cargh ad pum e pér
dai bèi culùr ch’fa gnìr la paladina.
È źà finì l’istà!…
Marcà piη d’źént…
Caplàz ch’as cuóś…
Tamplìnn ch’ill viàźa.
Staśóη iηcantadóra,
staśóη ch’la mét adòs maliηcunìa
mo aηch uη séns ad paś
Iη chi s’iηvìa seréη vèrs la sò sira!


Al mié dialèt di Alberto Ridolfi

A t’ò tgnusù ch’a jéra péna nat,
int ill vóś ad mié mama e mié popà.
E at m’à fàt cumpagné tuta la vita
int i źógh, int ill brét e int al lavór.
Quanta richéza e quanta fantaśìa
da dré dall to paròll sénza eleganza,
duri, gréźi,
par quéi che j’at tgnós póch.
A scòla quant bravàd
e quanti scupazùη
parché as duéva zcórar italiàη.
Ma am sóη acòrt che spés,
int la mié vita,
una parola dita acsì, iη fraréś,
na fraś par rómpr’al giaz,
una batùda,
la crea dla simpatia, la crea calór.
Iηquó ti t’jé cambià, t’an jé più ti:
imbastardì con dill paròll furèsti
o, pèź iηcóra, cupiàd da l’italiàη.
Ma at tién da cónt,
amìgh ad źuvantù,
pr’al ricòrd di mié vèć e dal so mónd
che mi aη tróv più,
se non int la memoria:
t’jé part ad mi,
e at dróv parché t’aη mór.


Bibliografia
- Zingarelli, Vocabolario della Lingua Italiana, Ed. Zanichelli, Bologna 1983.
- Devoto, Oli, Il dizionario della Lingua Italiana, Ed. Le Monnier, Firenze 1990.
- Lingua e dialetti in Italia / Carla Maria Sanfilippo. - Ferrara : Tecomproject, c2000. - 150 p. ; 17 cm.
- Saggio di dizionario etimologico del dialetto ferrarese / [Romano Baiolini]. - Ferrara : Edizioni cartografica Ferrara, stampa 2001. - XXVII, 621 p., [8] c. di tav. : ill. ; 24 cm.
- Saggio di grammatica comparata del dialetto ferrarese / di Romano Baiolini, Floriana Guidetti. - Ferrara : Cartografica, [2005]. - XLVIII, 230 p., [6] c. di tav. : ill. ; 24 cm.
- Nuovo vocabolario storico-etimologico del dialetto ferrarese / a cura di R. Baiolini, F. Guidetti. - Ferrara : Cartografica, stampa 2008. - LXIII, 1195 p., [8] c. di tav. : ill. ; 25 cm.

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