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Teatro dei Stanchi

TEATRO DEI STANCHI  
Referente
Andrea Poli, Quartesan
a (Fe)

teatro stanchi1Il Teatro dei Stanchi è una compagnia teatrale che vanta gloriose origini risalenti addirittura allo scorso millennio (un giorno di luglio del 1995). E' nata dalle ceneri della Compagnia Estemporanea, della quale ha ereditato la gran parte degli attori (naturalmente quelli più scarsi) e del personale di scena (che era già scarso di suo anche da prima), completando il cast con l’innesto di alcuni giovanissimi (gli unici che non portano colpe per le prestazioni sul palco), qualche gradito ritorno (al peggio non c’è mai limite) e alcuni nuovi arrivati grazie alla cui entusiastica dedizione la rinomanza del gruppo ha inesorabilmente toccato i livelli di guardia. Il nome della compagnia, con quell’evidente sgrammaticatura sul ‘dei stanchi’ al posto di ‘degli stanchi’, a sentir loro sarebbe stato messo lì a bella posta per sottolineare lo spirito scanzonato del gruppo. In realtà, conoscendone bene la padronanza della lingua italiana, non propriamente da Accademia della Crusca, esistono fondati motivi per ritenere che si tratti di un clamoroso infortunio professionale.



REPERTORIO

Ugo e Parisina, di Andrea Poli

Varie & Eventuali, di Andrea Poli

Il respiro del grande Fiume Storie delle genti del Po, di Andrea Poli
Il respiro del grande fiume sono le voci dei tanti, donne e uomini, che sul Po hanno vissuto e vivono, e che qui raccontano, col tono riservato e privo di enfasi di chi parla di cose in fondo normali, le loro vite straordinarie. Perché, per dirla con lo scrittore James Lee Burke, ci sono persone in apparenza interessanti come mucchi di fango che hanno invece storie personali degne degli antichi greci. E’ il caso della Nena, e dell’Anna, della Ione, della Grazia, di Flavio, Pietro, Nando; che insieme compongono un romanzo corale che narra di fatiche immani, di un’economia cancellata dal boom e di rapporti familiari arcaici spazzati inesorabilmente via dalla grande rivoluzione sociale del Sessantotto. E della morte, sempre strettamente intrecciata con le vicende della vita, accettata come rischio inevitabile ma non per questo meno crudele. Un affresco epico, vien voglia di dire, impastato di sudore e tenacia, e di un amore a tratti sconfinato per il Po, vero coprotagonista dello spettacolo.

Lucrezia! Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori & altro ancora nella Ferrara del Cinquecento,
commedia in due atti di Andrea Poli
Nei primi giorni del febbraio 1502, quando la ventiduenne Lucrezia Borgia arriva a Ferrara per celebrare col giovane Alfonso (che di lì a tre anni subentrerà al padre Ercole I alla guida del Ducato) un matrimonio fortissimamente voluto da suo padre, Papa Alessandro VI, Ferrara è al culmine del suo splendore. Il Ducato si estende fino a Modena e Reggio Emilia e a corte sono nel pieno della loro attività Biagio Rossetti – che sta rivoluzionando l’impianto urbanistico di quella che qualche secolo più tardi, grazie alla sua geniale opera, verrà definita “la prima città moderna d’Europa” – e Ludovico Ariosto, che sta cominciando a lavorare al suo capolavoro, l’ “Orlando Furioso”. La scuola pittorica ferrarese continua a sfornare talenti, tra cui il Dosso Dossi, citato nella commedia, e in cucina giganteggia Cristoforo da Messisbugo, cha qualcuno ha argutamente definito l’Artusi del Cinquecento. L’Università ferrarese attira studenti da tutta Europa (nel 1503 vi si laurea Nicolò Copernico) e la fabbrica delle artiglierie estensi funziona a pieno regime. La duchessa Lucrezia ha già alle spalle due matrimoni, ma anche Alfonso è vedovo della prima moglie, Anna Sforza. A dispetto della cattiva fama dei Borgia (suo padre Rodrigo e suo fratello Cesare), nei suoi diciassette anni a Ferrara, Lucrezia si comporta in maniera irreprensibile, dedicandosi alle arti – soprattutto alla poesia – e all’attività religiosa.
Sul piano politico l’Italia è divisa in tanti staterelli che faticano sempre più a sopportare la pressione dei grandi stati nazionali che si stanno formando al di là delle Alpi: Francia, Spagna, Austria.
La Chiesa, attraverso lo Stato Pontificio, esercita un potere militare, facendo e disfacendo alleanze allo scopo di allargare i suoi domini ed ostacolare il predominio straniero sulla penisola. La sua autorità morale è però ormai inesistente: papi e cardinali conducono una vita dissoluta, hanno amanti, figli, ordiscono trame e intrighi contro i loro avversari, tanto da suscitare un vasto movimento scismatico, il Protestantesimo, capitanato da Martin Lutero.
Il Rinascimento, la scoperta delle Americhe, la formazione dei grandi Stati nazionali, le nuove teorie scientifiche (la sfericità della Terra, la teoria copernicana secondo la quale il Sole, e non la Terra, è il centro dell’universo), cominciano a dischiudere nuovi orizzonti all’umanità. Ma questa, per dirla col Manzoni, è tutta un’altra storia.

L’ambulatori dal dutòr Bajon commedia brillante in due atti di Andrea Poli
Il dottor Baglioni (il nome di battesimo non è noto) è un medico di famiglia abbastanza giovane, specializzato in ginecologia e pediatria, insediatosi di recente, al posto di un collega anziano, nell’ambulatorio di un non meglio precisato paesino del ferrarese posto presumibilmente nei dintorni della città. E’ cattolico praticante, molto attento al decoro e all’arredamento dell’ambulatorio, meno attento al rispetto degli orari di visita e ancor meno soddisfatto del proprio lavoro, visto che ha la malsana abitudine di alzare il gomito mettendo a repentaglio la salute dei pazienti.
Questo è il dottor Baglioni; o, perlomeno, questo è il ritratto del dottor Baglioni che emerge dalle chiacchiere in libertà dei suoi assistiti durante una lunga mattina in sala d’aspetto, spesa nella (forse) vana attesa del Nostro. La casalinga pettegola col marito grande esperto della Spal (e basta), la vedova di fresco conio che vive inspiegabilmente nel ricordo del povero marito, la nonnina saggia e malridotta accudita da una spicciativa badante ucraina, la ragazza schizzata, la madre sull’orlo dell’esaurimento nervoso alle prese con un figlio terribile, l’irreprensibile parroco del paese, un tris di pensionati furbacchioni, un esterrefatto informatore scientifico, un falegname balengo e un’infermiera interinale dalle dubbie virtù. E il dottor Baglioni? Arriverà, arriverà. O no?! Mah...

Occhebbellcastello! Come angariare la popolazione e vivere felici nella Ferrara del 1385,
commedia umoristicissima in due atti di Andrea Poli
Il 3 maggio dell'Anno di Grazia 1385 una sollevazione popolare mette seriamente in pericolo la vita del Marchese di Ferrara Niccolò Secondo, colui che di fatto pone le basi del successivo fulgore della dinastia estense. La rivolta è causata dalle miserevoli condizioni di vita degli abitanti della città e del contado, stremati dalla durissima politica fiscale imposta dagli Estensi e dalla Chiesa, da lunghi anni contrassegnati da terribili carestie, epidemie di peste, esondazioni del Po e da massacranti turni di lavoro gratuito per la manutenzione idraulica del territorio. Il Papa è tornato otto anni prima dall'esilio di Avignone e nei territori della pianura padana in parecchi sgomitano per ingrandire i loro territori a spese dei vicini di casa: gli Estensi, che tengono saldamente Ferrara (e con alterne fortune Reggio Emilia e parte di Modena e delle Romagne), i Visconti di Milano, i Carraresi di Padova, i Della Scala di Verona (di cui il nostro Niccolò Secondo ha sposato una rappresentante, Verde), i Veneziani, la libera città di Bologna, diversi capitani di ventura con le loro milizie armate, oltre naturalmente allo Stato Pontificio, che mantiene il controllo di città e territori vastissimi (compresa Ferrara, che è data in concessione agli Estensi). Dotarsi di corpi militari e assoldare soldataglie per rintuzzare le mire altrui, coltivare le proprie, e insieme assumere uno stile di vita sfarzoso per dimostrare di essere all'altezza delle ambizioni, naturalmente costa, e popolo minuto e artigiani vengono spremuti senza tanti riguardi fino al punto dell'inevitabile rottura. Nel nostro caso il marchese, messo alle strette, consegna ai rivoltosi il suo ministro delle finanze, lo sventurato Tommaso da Tortona, che viene letteralmente fatto a pezzi dalla folla inferocita; calmatesi le acque, Niccolò si fa costruire a tambur battente il Castello -che ancora oggi troneggia maestoso nel cuore di Ferrara- e lo dota di minacciose bocche da fuoco, a scanso di equivoci puntate verso l'interno della città. Tiranno crudele e sanguinario o signore illuminato capace di dare impulso decisivo e primigenio alla edificazione della Ferrara Patrimonio dell'Umanità che tutti ci invidiano? Qualunque sia il giudizio del lettore, è la Storia, gente!

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